Le barche non sono tutte uguali. A un occhio distratto, ormeggiate in porto, possono apparire simili, distinguibili solo per il colore o la stazza; ma per chi conosce il mare, ogni scafo ha un’anima e una destinazione diversa.
C’erano le imbarcazioni "da giornata": gozzi e lance nati per le uscite brevi, una notte o poco più. Si muovevano a remi o spinti dalla vela latina. Capitava spesso, però, che il mare imponesse la sua legge, costringendo i pescatori a cercare riparo su spiagge deserte; allora la barca si capovolgeva e diventava casa, un guscio sotto cui passare la notte. In quei momenti, il silenzio era assoluto: non c’era modo di avvisare le famiglie, che restavano a terra col fiato sospeso, in una pena muta e costante.
Con quelle stesse barche, spartane e prive di ogni tecnologia, si affrontavano intere stagioni di pesca migratoria verso Termoli o Vasto. Era un rito di passaggio brutale: a soli tredici anni, i ragazzi si univano a piccole flotte di tre o quattro scafi, avventurandosi in viaggi che duravano settimane.
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Uno degli ultimi custodi e testimoni di queste migrazioni.
Poi c'erano le barche più grandi, giganti di dieci metri o più, destinate al trasporto e al commercio. Queste non temevano l’orizzonte: puntavano la prua verso l'Africa per scambiare i nostri prodotti con merci e conoscenze mai viste prima. Si partiva carichi di speranza e si tornava — quando si tornava — con il bagaglio pieno di meraviglie e di storie.
La bandiera e il richiamo di casa
Il ritorno di una barca era un evento magico che scuoteva l’intero borgo. Non appena una vela bucava l’orizzonte, il paese si riversava sul molo o sui punti più alti della costa. Ognuno cercava di scorgere il "logo di famiglia", quel segno distintivo dipinto sulle vele e sullo scafo che rendeva ogni imbarcazione unica e riconoscibile.
Se dalla barca sventolava una bandiera, il cuore della gente accelerava: era il segnale che lo scafo stava per approdare proprio lì, davanti a quel mosaico di case dalle facciate colorate. Iniziava allora un dialogo silenzioso fatto di segnali: dalle finestre delle abitazioni partiva la risposta e, se c'era riscontro, l'identificazione era certa.
Ma alla gioia del ritorno si mescolava sempre un’ombra di dubbio: "Ci saranno tutti? In che condizioni saranno?" Il mare, generoso ma crudele, non garantiva mai la restituzione dell'intero equipaggio.
Eppure, quel ritorno era comunque una festa collettiva. Quella barca non trasportava solo uomini e pesci, ma portava con sé il mondo: notizie di persone care, tessuti pregiati, prodotti esotici e nuove conoscenze. Ogni approdo era un pezzo di futuro che toccava terra, arricchendo non solo la stiva, ma l'anima stessa del paese.
Non appena la chiglia baciava la sabbia o le cime venivano assicurate agli anelli di pietra del molo, il silenzio dell'attesa esplodeva in un fragore di vita. Era un momento frenetico, dove il sollievo per lo scampato pericolo si mescolava all'urgenza del commercio.
Le passerelle venivano gettate con fragore e iniziava lo sbarco. Non scendevano solo i marinai, con i volti arsi dal sole e le mani segnate dalla salsedine, ma prendeva forma un vero e proprio mercato a cielo aperto. Dalle stive uscivano le ceste di pesce ancora guizzante per il consumo locale, ma soprattutto i tesori dei lunghi viaggi:
Tessuti esotici dai colori vibranti, mai visti nelle botteghe del borgo;
Spezie e aromi d'Africa che profumano l'aria salmastra di sentori sconosciuti;
Oggetti e manufatti che passavano di mano in mano tra lo stupore dei presenti.
Le donne, che poco prima scrutavano l'orizzonte in silenzio, diventavano ora le vere direttrici d'orchestra della banchina. Verificavano il carico, accoglievano i reduci e chiedevano notizie di chi era rimasto in altri porti. In quel caos ordinato, ogni pacco scaricato e ogni abbraccio scambiato erano la prova che la comunità era sopravvissuta a un'altra spedizione.
In quel momento, le case dalle facciate colorate non erano più solo un segnale per i naviganti, ma lo sfondo di una festa che univa tutti. Il borgo si nutriva di quelle notizie e di quelle merci; l’italianità si manifestava ancora una volta come capacità di accogliere il mondo senza perdere le proprie radici, trasformando ogni approdo in una nuova, coraggiosa ripartenza.
Tra le pieghe di questa storia, emerge la figura di Iacono, un uomo il cui nome ancora oggi evoca un misto di rispetto e leggenda. Era arrivato dal mare, ma non come i pescatori locali che tornavano alle loro case colorate; era giunto a bordo di una piccola barca a remi, solcando l'Adriatico con la sola forza delle braccia e della disperazione.
Quel viaggio era il prezzo della libertà. Fuggire dall'oppressione della Jugoslavia comunista di allora significava rischiare tutto per sfuggire a un sistema che tentava di omologare l'individuo, soffocandone l'unicità. Per Iacono, che tutti chiamavano "il Siciliano" (forse per quell'aura di mistero e maestria che si portava dietro), la libertà non era un concetto astratto, ma la possibilità di creare con le proprie mani.
Iacono non era un semplice carpentiere; era un visionario del legno. Portò con sé un'intuizione che avrebbe cambiato per sempre il profilo dei gozzi del porto. Fino al suo arrivo, la tradizione era rigida: il "dritto di prua" doveva essere, per l'appunto, dritto. Una linea verticale che tagliava l'acqua con onesta semplicità, ma con limiti strutturali evidenti.
Iacono introdusse la rivoluzione della curva
Il Disegno Convesso: Il dritto di prua si fece morbido, arcuandosi verso l'esterno. Questa innovazione non era solo estetica, ma una magistrale lezione di idrodinamica applicata empiricamente.
Prua più asciutta: Grazie a questa convessità, quando il gozzo batteva sull'onda, l'acqua non veniva più proiettata verso l'alto (finendo inevitabilmente in coperta), ma veniva convogliata lateralmente, verso l'esterno.
Spazio e Sicurezza: Il nuovo disegno permetteva di allargare il ponte di prua, offrendo ai pescatori una piattaforma di lavoro più spaziosa, stabile e, soprattutto, asciutta anche con mare formato.
"Iacono non disegnava solo barche; plasmava il modo in cui il mare doveva inchinarsi allo scafo."
Le sue abilità fecero scuola tra i laboratori-grotta del porto. Gli altri maestri d'ascia osservavano, inizialmente scettici, quel rifugiato che parlava poco e lavorava molto, finché i risultati non divennero indiscutibili. Ogni volta che un gozzo con la "prua alla Iacono" affrontava una mareggiata rientrando in porto con i pescatori meno bagnati e più sicuri, la sua leggenda cresceva, lasciando un segno indelebile nell'architettura navale di quel tratto di costa.
A quei tempi, l’uomo sconosciuto che veniva dal mare non era visto come un estraneo, ma come un presagio o un dono del destino. In un mondo dove l’orizzonte era il confine di tutto ciò che si conosceva, veder spuntare una sagoma solitaria tra i flutti, su un guscio di noce a remi, scatenava un misto di timore e reverenza
Quando Iacono toccò terra, i pescatori lo osservarono dalle grotte e dai balconi colorati. Non c'erano documenti da mostrare, solo i calli sulle mani e lo sguardo di chi ha visto l'abisso e ha deciso di voltargli le spalle. In una comunità che si distingueva per una sfumatura di dialetto da un molo all'altro, uno straniero era un elemento alieno. Ma nel porto vigeva una legge non scritta: il valore di un uomo si misurava dal suo mestiere. Iacono non chiese carità; si diresse verso il legno. Prese in mano gli attrezzi e iniziò a parlare la lingua universale della pialla e dello scalpello.
Iacono si stabilì in una di quelle grotte accatastate, dove l'odore della salsedine si mischiava a quello del truciolo fresco. Divenne un'ombra laboriosa che lavorava alla luce delle lampade a olio, trasformando tronchi grezzi in opere d'ingegno.
La sua figura divenne parte del paesaggio: "Il Siciliano", un termine che per la gente del posto riassumeva tutto ciò che veniva dal Sud, dal calore e da una maestria antica, quasi magica. Mentre le donne sventolavano i teli dai balconi per richiamare i mariti, lui restava curvo sulla prua di un gozzo, studiando come quella curva convessa potesse domare l'Adriatico meglio di qualsiasi preghiera.
Quell'uomo venuto dal nulla stava riscrivendo la storia del porto, non con le parole — che tra i due moli erano comunque diverse e difficili — ma con la geometria della libertà. Ogni colpo d'ascia era una sfida alla dittatura che si era lasciato alle spalle e un atto d'amore verso la nuova terra che, senza saperlo, stava per cambiare per sempre.


