Se a Milano il genio umano si inchina tra i velluti rossi e gli ori del teatro “Alla Scala”, qui a Bisceglie, la vita non ha bisogno di sipari di stoffa: il dramma e la gloria vanno in scena “allo scalo”.
Siamo sulla “Spiaggetta”, un lembo di terra e ciottoli che è l’antico ventre del porto, lo scalo d’alaggio dove le barche, stanche di sfidare le onde, tornano a riposare. Qui, da un tempo che non conosce calendario, il palcoscenico è fatto di pietre levigate dal risciacquo delle onde e il copione è scritto dal sudore dei pescAttori. Non recitano una parte: essi sono la parte, interpreti assoluti di un rito che lega l’uomo al mare.
In questo luogo sacro, da oggi accadrà un piccolo miracolo dei sensi. Ci spoglieremo dell'abitudine, quel velo opaco che ci ha costretti, per una vita intera, a un distratto guardare, per approdare finalmente alla riva del vedere.
Impareremo a leggere tra le rughe dei volti, come fossero mappe nautiche, a interpretare il silenzio di un nodo stretto e la musica di un argano che geme. Questa Spiaggetta ci consegnerà una chiave universale: un nuovo sguardo con cui decifrare ogni porto, ogni molo, ogni borgo che si affaccia sul bacino del Mediterraneo e oltre, ovunque ci sia un uomo e una rete.
Andremo oltre la superficie dell'acqua e del gesto. Impareremo a scorgere l’invisibile: l’anima che vibra nel legno dei gozzi, il respiro degli antenati tra i riflessi del molo e quella dignità silenziosa che danza, come polvere d’oro, nella luce cruda dell’alba
Buona lettura.
E' l'Alba, la luce livida del mattino inizia a graffiare il profilo del piccolo borgo, mentre lo specchio d'acqua accoglie l'ultimo protagonista della notte. Dal largo spunta un gozzo in legno, la vernice scrostata dal tempo e dalla salsedine. A bordo, il pescAttore avanza ritmico: non c’è rumore di motore, solo il lamento armonico dei remi che affondano nell’acqua ferma e il respiro cadenzato di chi, quel mare, lo carezza ogni giorno. È un movimento antico, una danza solitaria che lo riporta verso il cuore pulsante del molo che è già un alveare. Chi è rientrato prima è già nel pieno dell’opera: qualcuno è alle prese col pescato. Le cassette brillano d'argento, colme di pesci che ancora guizzano. Poco distante, un vecchio argano in legno stride sotto sforzo. È uno dei guardiani dello scalo d’alaggio che, con la forza di braccia esperte, tira a secco una barca, facendola scivolare sulle palanche per mostrare lo scafo bisognoso di cure.
Poco lontano dallo scafo in costruzione, il cantiere si popolava di un’altra operosità, più silenziosa ma altrettanto vitale. Gruppi di uomini e donne — spesso intere famiglie unite dallo stesso destino — sedevano su bassi sgabelli di legno, quasi a voler restare il più vicino possibile alla terra e alle proprie radici.
Lì avveniva un rito antico: le dita volavano veloci tra le maglie di canapa, in una danza frenetica che rammendava strappi e liberava i fili dai residui di alghe e conchiglie. Poco più in là, le donne, figure solenni avvolte nei loro abiti neri, portavano addosso il segno di un lutto perenne, quasi a onorare il debito che ogni famiglia di mare paga alla propria terra.
Eppure, in quel nero severo, le loro mani creavano vita: intrecciavano reti non solo per i pescatori locali, ma anche per quelli dei paesi vicini, che giungevano fin lì attirati da una maestria leggendaria. Si diceva, infatti, che esistessero famiglie "fortunate", le cui reti possedevano un segreto invisibile: una volta gettate in acqua, sapevano chiamare a sé più pesce delle altre, come se in ogni nodo fosse stato intrecciato un sortilegio o una preghiera.
Tra una maglia e l’altra, mentre l'ago di legno — la navetta — guizzava rapido, le reti diventavano il telaio su cui si tesseva la memoria collettiva. In quel cantiere a cielo aperto, il lavoro non era mai un esercizio solitario: era un fluire ininterrotto di parole, un coro di voci che si mescolava al rumore della risacca.
Mentre le mani delle donne, rese ruvide dal sale e dalla canapa, correggevano le imperfezioni del filato, le bocche narravano storie di tempeste scampate, di pesche miracolose e di figli partiti per terre lontane. I più piccoli, seduti ai piedi degli anziani, ascoltavano in silenzio, assorbendo non solo la tecnica del nodo, ma anche il codice morale di quella vita fatta di attesa e di fatica.
Quando finalmente la rete era completata, non era solo uno strumento di lavoro: era un’opera corale. Veniva sollevata a braccia, sentendone tutto il peso, e portata verso lo scafo appena varato o verso le barche in attesa sulla riva. Caricare la rete a bordo era l’ultimo atto di questo rito: si sistemava con cura maniacale perché, una volta in mare aperto, ogni singolo filo doveva scorrere senza intoppi.
In quel momento, l'orgoglio di quelle famiglie "dalle reti fortunate" brillava negli occhi: sapevano che, nel buio del mare, la sopravvivenza del pescatore sarebbe dipesa dalla tenuta di quei nodi fatti a terra, sotto il sole, tra una chiacchiera e una preghiera.
L’aria è densa, quasi solida. L’odore del mare si mescola a quello del legno e del pesce fresco. Sopra tutto questo, esplode il caos bianco di centinaia di ali che battono frenetiche. Il grido stridente dei gabbiani squarcia il silenzio dell’alba mentre si tuffano a capofitto per contendersi gli scarti gettati dai pescatori durante la pulizia delle reti. È un caos organizzato, una cacofonia di voci rauche in dialetto, richiami e il battito costante del mare contro la banchina. In un angolo, quasi a voler dettare il tempo a tutta la darsena, c'è lui: Mbà Carlin. Con braccia forti e movenze decise, solleva un grosso polpo e lo scaglia contro la pietra dura del molo. Sbat! Sbat! Il suono è secco, sordo, inconfondibile. È il rito della snervatura: ogni colpo ammorbidisce le carni, preparandolo alla cottura, mentre la schiuma bianca sale tra le ventose. Mbà Carlin non guarda nessuno; è concentrato nel trasformare il sacrificio del mare in un dono per la tavola imminente. Il sole ora è alto, il sipario dell'alba cala lentamente mentre il porto di Bisceglie, sporco di vita, bellissimo nella sua brutale autenticità, si appresta a cambiare scena.
Il panorama che si apre allo sguardo è un mosaico vibrante: le facciate delle case, dipinte con tinte forti e contrastanti, non sono il frutto di un vezzo estetico, ma di una necessità vitale. In un'epoca priva di tecnologia, quei gialli ocra, rossi pompeiani e azzurri intensi fungevano da fari cromatici. Ogni pescatore, anche nel mezzo di una tempesta o tra le nebbie dell’alba, poteva distinguere la propria dimora e calcolare con precisione la rotta verso casa.
La comunicazione era un’arte silenziosa fatta di gesti e tessuti. Senza telefoni o radio, il balcone diventava una stazione trasmittente. Un lenzuolo bianco sventolato con ritmo o una coperta colorata stesa in un modo specifico erano messaggi cifrati. "Rientra subito", "C'è un compratore per il pesce" o semplicemente "Il bambino è nato": ogni famiglia aveva il suo alfabeto visuale, comprensibile solo a chi, dalla barca, scrutava l'orizzonte con il cannocchiale o l'occhio allenato.
Ai piedi di queste costruzioni, quasi a voler scavare nelle radici stesse della terra, si aprivano le grotte. Non erano semplici anfratti, ma spazi vivi e pulsanti. Molte di esse erano regolarmente accatastate e abitate, fresche d'estate e riparate d'inverno. Le grotte meno nobili servivano da laboratori per rammendare le reti, depositi per le nasse, o fresche stalle per gli animali da soma, fondamentali per trasportare le merci su per i viottoli scoscesi.
La cosa più sorprendente, tuttavia, non risiedeva nelle pietre, ma nelle parole. Nonostante il porto fosse un unico specchio d'acqua, esisteva una frontiera linguistica invisibile ma netta. A seconda del molo in cui attraccavi, il mondo cambiava suono.
Bastava attraversare la baia per notare come lo stesso oggetto cambiasse nome o come l'accento si facesse più chiuso o più cantilenante. Questa diversità dialettale tra i due lati del porto era il riflesso di una comunità che, pur vivendo a pochi metri di distanza, si era formata attorno a ceppi familiari o correnti migratorie differenti, rendendo quel piccolo borgo un microcosmo di sfumature culturali inaspettate.






