domenica 3 maggio 2026

Come nasce il Maestro d'ascia

 

In quegli anni, il cantiere nautico di Mastro Vito non era un semplice luogo di fatica, ma l'ombelico del mondo, il punto esatto dove il bosco incontrava l'abisso. Erano tempi in cui le barche possedevano ancora un'anima di foresta: il respiro della quercia e del pino si fondeva con il battito del mare, e il motore era solo un ronzio lontano, un’ombra moderna che non osava ancora sfidare il prestigio regale delle vele.

Il Cantiere: Uno spazio tra terra e mare

Oggi, l'evocazione di un cantiere nautico richiama alla mente capannoni imponenti, aree recintate e sofisticati macchinari per la movimentazione e il sollevamento delle imbarcazioni. Immaginiamo ambienti asettici, dominati dalla precisione millimetrica dei computer.

In quel tempo, però, il concetto di cantiere era spogliato di ogni sovrastruttura: era semplicemente un lembo di spiaggia, un fazzoletto di sabbia e ciottoli dove la barca "nasceva" all'aperto, esposta al sole e alla salsedine. Non c'erano gru o carroponti, ma solo lo spazio necessario per accogliere lo scafo che prendeva forma.

Gli attrezzi erano essenziali, quasi rudimentali, estensioni dirette del braccio dell'artigiano. In quel vuoto di tecnologia, a farsi imponente era solo la mano dell'homo faber. Era il regno dell'ingegno puro, dove la mancanza di mezzi veniva colmata da una creatività instancabile: quella capacità, tutta italiana, di trasformare la materia grezza in un'opera d'arte capace di sfidare le onde, contando solo sulla forza delle braccia e sulla sapienza degli occhi.

In quel cantiere senza pareti, il suono dominante non era il ronzio dei motori, ma il ritmo cadenzato dei colpi di ascia. Era proprio quello strumento, tanto pericoloso quanto indispensabile, a sbozzare i tronchi di quercia o di gelso, trasformando tronchi informi, nelle linee curve e sinuose delle ordinate. Il maestro d'ascia non seguiva schemi computerizzati: leggeva le venature del legno e, con una precisione chirurgica, toglieva il superfluo finché non appariva l'anima della barca.

Accanto all'ascia, il kit di sopravvivenza dell'artigiano prevedeva pochi altri fedeli compagni:

  • La pialla: che accarezzava il legno fino a renderlo liscio come seta;

  • Il succhiello: per scavare i fori che avrebbero ospitato i perni;

  • Il maglio e lo scalpello: strumenti principi del calafataggio, dove la canapa e la pece bollente venivano spinte con forza tra i comenti per rendere lo scafo un guscio impenetrabile all'acqua.

In quel cantiere "nudo", l’unico vero lusso era la sapienza. Ogni incastro era un esercizio di geometria intuitiva, ogni curvatura a caldo, ottenuta dando fuoco a fasci di paglia sotto la tavola bagnata, era una sfida alle leggi della fisica. Era lì, tra l'odore di resina fresca e il sapore del sale, che l'italianità si faceva sostanza: un misto di ostinazione e poesia che permetteva a un uomo, munito solo di pochi ferri, di varare giganti destinati a solcare l'infinito del mare.

Sui muretti di pietra, i bambini sedevano in fila con le gambe a penzoloni. La povertà era una veste comune, fatta di camicie troppo grandi, ereditate dai fratelli maggiori, che il sudore della controra incollava alle schiene magre. Eppure, da quel muretto, si sentivano dei Re. Da lì, dominavano il rito dell’alaggio: guardavano i gozzi risalire la china, trascinati dal vecchio argano in legno che strideva, nel silenzio della controra, come un animale ferito, un lamento antico che sembrava invocare pietà al mare.

Mastro Vito. Il viso scolpito dalla salsedine come una polena dimenticata al sole, non spreca parole. Il suo silenzio era la partitura su cui si reggeva il giorno: Il colpo secco del martello, assestava il destino delle ordinate; il respiro rauco dell’ascia che sgrossava il fasciame, liberando la forma della barca dal grezzo legno; il sibilo della pialla, che sollevava riccioli biondi profumati di resina, subito rapiti dal vento.

Un giorno Mauro, spinto da una fame che non mordeva solo lo stomaco, ma cercava un destino, si fece più vicino degli altri. Entrò nel perimetro sacro dove il Maestro Vito stava eseguendo il calafataggio.

Era un lavoro di sofferenza e di millimetrica precisione: bisognava forzare la canapa tra le fessure delle tavole, usando mazzuolo e ferro, affinché quel guscio diventasse una fortezza stagna contro l’assedio delle onde. Il caldo era una cappa soffocante; sopra di loro, i gabbiani roteavano come spiriti inquieti, gridando per un rimasuglio di pesce, mentre l'aria si faceva densa, quasi solida.

L’odore era un abbraccio violento: la pece bollente, nera e vischiosa come il fondo degli oceani, si mescolava al sudore dei marinai che, poco distanti, combattevano contro matasse di cime ribelli, sciogliendo nodi e imprecando contro la sorte. In quel fumo acre e in quei rumori di ferro e legno, Mauro e i suoi compagni non stavano solo guardando un mestiere; stavano assistendo alla nascita di un essere vivente, pronti a imparare che, nel mare di Bisceglie, ogni goccia di vita va difesa con la forza della canapa e la fede della pazienza.

In quel contesto, ai giovani "spettAttori" affidavano, occasionalmente, piccoli incarichi, come attingere acqua o cercare chiodi. Erano compiti che non richiedevano spiegazioni: l'osservazione silenziosa aveva già insegnato loro tutto il necessario. Ricevere un ordine significava essere "scritturati", passare dalla platea al centro dell'azione; un privilegio da difendere con rapidità per evitare che altri prendessero il proprio posto.

Esemplare fu l'episodio in cui a Giuseppe, di soli otto anni, venne chiesto di prendere l'ascia. Dopo una corsa fulminea in bottega, il bambino stava già tornando per porgere l’attrezzo, quando fu investito dalle grida terrorizzate degli operai. Solo allora si accorse del sangue che gli rigava la gamba. Il filo della lama era talmente perfetto da aver reciso la carne senza causare dolore. Un soffio, una diversa inclinazione, e quel giorno Giuseppe avrebbe perso molto più di qualche goccia di sangue.



«Vuoi provare, piccolo?». La voce di Mastro Vito gracchiò come il legno secco sotto l'ascia, senza che i suoi occhi abbandonassero la fessura del fasciame. Mauro, non più spettatore, non rispose a parole; il suo "sì" fu il gesto fulmineo con cui varcò il confine del muretto per entrare, finalmente in qualità di attore, nella scena del mondo.

Le sue mani, ancora troppo lisce per la rugosità del legno, afferrarono gli attrezzi. La prima ora fu un calvario: i muscoli acerbi gridavano sotto lo sforzo, il sudore gli rigava il volto, bruciando negli occhi come aceto, e un chiodo piegato male attirò un rimprovero rauco, un grido che sapeva di catrame e disciplina. Ma Mauro non indietreggiò. Quando suonò l'ora del riposo e i suoi compagni, come stormi di passeri, corsero a cercare il refrigerio dei tuffi dal molo, lui rimase lì seduto all'ombra di una prua che ancora non conosceva il mare, rimase a guardia del sogno. Mastro Vito allora, spezzò il suo pane — crosta dura e il cuore sapido di un'acciuga salata — e gliene offrì la metà. Fu in quel momento che il Maestro gli consegnò il segreto dei segreti: «Il legno non è morto, Mauro. Beve l’acqua, respira col sole, si muove come un corpo vivo. Se lo tratti male, se lo offendi col disprezzo, lui ti tradirà quando sarai solo in mezzo al mare».

Seguirono anni densi, trascorsi nel fumo della stufa dove il vapore ammansiva i corsi di fasciame, rendendo il legno docile al desiderio della curva. Mauro imparò a ribattere i grossi chiodi di rame, colpi che dovevano essere canzoni e mai ferite. Imparò a leggere le venature della quercia e del pino come fossero mappe del tesoro, sentieri tracciati dalla natura per indicare la rotta della resistenza. Scoprì che la povertà non era una condanna se vinta dalla precisione di un incastro perfetto, dove nemmeno un capello poteva insinuarsi. Divenne l’ombra di Vito, il suo riflesso più giovane e tenace. E quando il Maestro se ne andò, in un giorno d'inverno dove il cielo e il mare urlavano la stessa tempesta, Mauro non ricevette in dote forzieri d’oro. Ereditò qualcosa di più eterno: l’ascia più affilata, il callo del mestiere e il rispetto silenzioso dei pescatori di Bisceglie.

Oggi, sulla Spiaggetta, il silenzio è solenne. Mauro, ormai uomo con la salsedine incrostata nell’anima, dirige il varo di una barca di nuova costruzione. La folla osserva col fiato sospeso, i marinai tendono le gomene come muscoli pronti all'esplosione.

Con un fragore liberatorio, lo scafo scivola finalmente verso il suo elemento. È un momento di gioia primordiale: il legno bacia l'acqua e l'acqua riconosce il legno. In quel fragore, tra gli schizzi di spuma e le grida di festa, Mauro chiude gli occhi per un istante. Sente ancora l'odore della quercia e del sudore, sente il sapore di quell'acciuga divisa a metà.

Il bambino che penzolava dal muretto non è svanito; vive nelle mani del Maestro d'Ascia, l'uomo che trasforma il bosco in ali, colui che dà vita alla materia che carezza e sfida, in un eterno amplesso, il cuore azzurro del Mediterraneo.





Come nasce un PescAttore

 

Un tempo, tra le pietre vive della Spiaggetta, la scuola non aveva pareti di gesso, ma orizzonti di cobalto. Mentre nei palazzi, la cultura era il privilegio di pochi, qui il sapere era democratico come la salsedine: pioveva addosso a una moltitudine di bambini che popolavano lo scalo. Erano spettatori dagli occhi sgranati, pronti a rubare, con lo sguardo, ciò che nessun libro avrebbe mai potuto spiegare.

Imparavano a leggere il cielo prima dell'alfabeto, a decifrare le nuvole foriere di tempesta e i venti che cambiano il destino di una giornata. Imparavano la grammatica delle stagioni, l'arte di armare una barca e la scelta dell'attrezzatura, che mutava come muta il mare. Rubavano segreti con la destrezza di piccoli ladri gentili: le rotte per le secche più generose, il nodo che non cede, il silenzio che chiama il pesce. Era l’apprendistato alla vita, un mestiere che si infiltrava sotto le unghie insieme al catrame e al sale.

In questo scenario di giganti del mare, brilla la stella di Giuseppe, l’ultimo eroe. Perché se ieri la sua storia era ordinaria, oggi è il racconto straordinario di chi ha scelto il proprio destino prima ancora di avere la barba.

Giuseppe decise che il suo "copione" non si sarebbe recitato tra quattro mura asfittiche. A nulla valsero i richiami della legge; i carabinieri cercavano un bambino, ma Giuseppe era già un uomo nell’anima. A soli otto anni, il mare gli fece un dono: una vecchia tavola da surf arenata sulla riva. Non era un gioco, era la sua occasione.

Con l'ingegno di un ingegnere senza laurea e la fame di chi vuole il largo, Giuseppe la trasformò: Una cassetta di plastica fissata al centro come trono e sedile; due taniche laterali, legate con corde di fortuna, per sfidare l'equilibrio delle onde; due scalmi rudimentali, per poggiare i remi, ed ecco il miracolo: la sua prima barca. Un guscio di materiale di risulta che faceva tremare il cuore dei passanti. Giuseppe prendeva il largo da solo, senza scorta, senza genitori a trattenerlo sulla terraferma. Le sue uniche dotazioni di sicurezza? Un crocifisso inchiodato al legno e una determinazione più profonda dell'abisso.

A otto anni, Giuseppe non giocava a fare il pescatore: egli lo era. Conosceva già quale rete calare, in quale anfratto della costa e in quale ora esatta della notte. Sapeva trattare il prezzo del pescato con la dignità di un veterano, e nessuno — mai nessuno — osò approfittare della sua fanciullezza, perché nei suoi occhi leggeva il rispetto dovuto ai giusti.

Fu così che, col sudore su quel pezzo di plastica da surf, Giuseppe raccolse, moneta su moneta, il giusto ammontare, non per dolci o balocchi, ma per riscattare il suo sogno: il suo primo, vero gozzo a remi. L'inizio di una storia che ancora oggi profuma di coraggio e di quel mare che, a chi sa amarlo, non nega mai una strada.


sabato 2 maggio 2026

Dalla Scala allo scalo, il passo è breve.


Se a Milano il genio umano si inchina tra i velluti rossi e gli ori del teatro “Alla Scala”, qui a Bisceglie, la vita non ha bisogno di sipari di stoffa: il dramma e la gloria vanno in scena “allo scalo”.

Siamo sulla “Spiaggetta”, un lembo di terra e ciottoli che è l’antico ventre del porto, lo scalo d’alaggio dove le barche, stanche di sfidare le onde, tornano a riposare. Qui, da un tempo che non conosce calendario, il palcoscenico è fatto di pietre levigate dal risciacquo delle onde e il copione è scritto dal sudore dei pescAttori. Non recitano una parte: essi sono la parte, interpreti assoluti di un rito che lega l’uomo al mare.

In questo luogo sacro, da oggi accadrà un piccolo miracolo dei sensi. Ci spoglieremo dell'abitudine, quel velo opaco che ci ha costretti, per una vita intera, a un distratto guardare, per approdare finalmente alla riva del vedere.

Impareremo a leggere tra le rughe dei volti, come fossero mappe nautiche, a interpretare il silenzio di un nodo stretto e la musica di un argano che geme. Questa Spiaggetta ci consegnerà una chiave universale: un nuovo sguardo con cui decifrare ogni porto, ogni molo, ogni borgo che si affaccia sul bacino del Mediterraneo e oltre, ovunque ci sia un uomo e una rete.

Andremo oltre la superficie dell'acqua e del gesto. Impareremo a scorgere l’invisibile: l’anima che vibra nel legno dei gozzi, il respiro degli antenati tra i riflessi del molo e quella dignità silenziosa che danza, come polvere d’oro, nella luce cruda dell’alba

Buona lettura.

E' l'Alba, la luce livida del mattino inizia a graffiare il profilo del piccolo borgo, mentre lo specchio d'acqua accoglie l'ultimo protagonista della notte. Dal largo spunta un gozzo in legno, la vernice scrostata dal tempo e dalla salsedine. A bordo, il pescAttore avanza ritmico: non c’è rumore di motore, solo il lamento armonico dei remi che affondano nell’acqua ferma e il respiro cadenzato di chi, quel mare, lo carezza ogni giorno. È un movimento antico, una danza solitaria che lo riporta verso il cuore pulsante del molo che è già un alveare. Chi è rientrato prima è già nel pieno dell’opera: qualcuno è alle prese col pescato. Le cassette brillano d'argento, colme di pesci che ancora guizzano. Poco distante, un vecchio argano in legno stride sotto sforzo. È uno dei guardiani dello scalo d’alaggio che, con la forza di braccia esperte, tira a secco una barca, facendola scivolare sulle palanche per mostrare lo scafo bisognoso di cure.



Poco lontano dallo scafo in costruzione, il cantiere si popolava di un’altra operosità, più silenziosa ma altrettanto vitale. Gruppi di uomini e donne — spesso intere famiglie unite dallo stesso destino — sedevano su bassi sgabelli di legno, quasi a voler restare il più vicino possibile alla terra e alle proprie radici.

Lì avveniva un rito antico: le dita volavano veloci tra le maglie di canapa, in una danza frenetica che rammendava strappi e liberava i fili dai residui di alghe e conchiglie. Poco più in là, le donne, figure solenni avvolte nei loro abiti neri, portavano addosso il segno di un lutto perenne, quasi a onorare il debito che ogni famiglia di mare paga alla propria terra.

Eppure, in quel nero severo, le loro mani creavano vita: intrecciavano reti non solo per i pescatori locali, ma anche per quelli dei paesi vicini, che giungevano fin lì attirati da una maestria leggendaria. Si diceva, infatti, che esistessero famiglie "fortunate", le cui reti possedevano un segreto invisibile: una volta gettate in acqua, sapevano chiamare a sé più pesce delle altre, come se in ogni nodo fosse stato intrecciato un sortilegio o una preghiera.

Tra una maglia e l’altra, mentre l'ago di legno — la navetta — guizzava rapido, le reti diventavano il telaio su cui si tesseva la memoria collettiva. In quel cantiere a cielo aperto, il lavoro non era mai un esercizio solitario: era un fluire ininterrotto di parole, un coro di voci che si mescolava al rumore della risacca.

Mentre le mani delle donne, rese ruvide dal sale e dalla canapa, correggevano le imperfezioni del filato, le bocche narravano storie di tempeste scampate, di pesche miracolose e di figli partiti per terre lontane. I più piccoli, seduti ai piedi degli anziani, ascoltavano in silenzio, assorbendo non solo la tecnica del nodo, ma anche il codice morale di quella vita fatta di attesa e di fatica.

Quando finalmente la rete era completata, non era solo uno strumento di lavoro: era un’opera corale. Veniva sollevata a braccia, sentendone tutto il peso, e portata verso lo scafo appena varato o verso le barche in attesa sulla riva. Caricare la rete a bordo era l’ultimo atto di questo rito: si sistemava con cura maniacale perché, una volta in mare aperto, ogni singolo filo doveva scorrere senza intoppi.

In quel momento, l'orgoglio di quelle famiglie "dalle reti fortunate" brillava negli occhi: sapevano che, nel buio del mare, la sopravvivenza del pescatore sarebbe dipesa dalla tenuta di quei nodi fatti a terra, sotto il sole, tra una chiacchiera e una preghiera.

L’aria è densa, quasi solida. L’odore del mare si mescola a quello del legno e del pesce fresco. Sopra tutto questo, esplode il caos bianco di centinaia di ali che battono frenetiche. Il grido stridente dei gabbiani squarcia il silenzio dell’alba mentre si tuffano a capofitto per contendersi gli scarti gettati dai pescatori durante la pulizia delle reti. È un caos organizzato, una cacofonia di voci rauche in dialetto, richiami e il battito costante del mare contro la banchina. In un angolo, quasi a voler dettare il tempo a tutta la darsena, c'è lui: Mbà Carlin. Con braccia forti e movenze decise, solleva un grosso polpo e lo scaglia contro la pietra dura del molo. Sbat! Sbat! Il suono è secco, sordo, inconfondibile. È il rito della snervatura: ogni colpo ammorbidisce le carni, preparandolo alla cottura, mentre la schiuma bianca sale tra le ventose. Mbà Carlin non guarda nessuno; è concentrato nel trasformare il sacrificio del mare in un dono per la tavola imminente. Il sole ora è alto, il sipario dell'alba cala lentamente mentre il porto di Bisceglie, sporco di vita, bellissimo nella sua brutale autenticità, si appresta a cambiare scena.

Il panorama che si apre allo sguardo è un mosaico vibrante: le facciate delle case, dipinte con tinte forti e contrastanti, non sono il frutto di un vezzo estetico, ma di una necessità vitale. In un'epoca priva di tecnologia, quei gialli ocra, rossi pompeiani e azzurri intensi fungevano da fari cromatici. Ogni pescatore, anche nel mezzo di una tempesta o tra le nebbie dell’alba, poteva distinguere la propria dimora e calcolare con precisione la rotta verso casa.

La comunicazione era un’arte silenziosa fatta di gesti e tessuti. Senza telefoni o radio, il balcone diventava una stazione trasmittente. Un lenzuolo bianco sventolato con ritmo o una coperta colorata stesa in un modo specifico erano messaggi cifrati. "Rientra subito", "C'è un compratore per il pesce" o semplicemente "Il bambino è nato": ogni famiglia aveva il suo alfabeto visuale, comprensibile solo a chi, dalla barca, scrutava l'orizzonte con il cannocchiale o l'occhio allenato.

Ai piedi di queste costruzioni, quasi a voler scavare nelle radici stesse della terra, si aprivano le grotte. Non erano semplici anfratti, ma spazi vivi e pulsanti. Molte di esse erano regolarmente accatastate e abitate, fresche d'estate e riparate d'inverno. Le grotte meno nobili servivano da laboratori per rammendare le reti, depositi per le nasse, o fresche stalle per gli animali da soma, fondamentali per trasportare le merci su per i viottoli scoscesi.

La cosa più sorprendente, tuttavia, non risiedeva nelle pietre, ma nelle parole. Nonostante il porto fosse un unico specchio d'acqua, esisteva una frontiera linguistica invisibile ma netta. A seconda del molo in cui attraccavi, il mondo cambiava suono.

Bastava attraversare la baia per notare come lo stesso oggetto cambiasse nome o come l'accento si facesse più chiuso o più cantilenante. Questa diversità dialettale tra i due lati del porto era il riflesso di una comunità che, pur vivendo a pochi metri di distanza, si era formata attorno a ceppi familiari o correnti migratorie differenti, rendendo quel piccolo borgo un microcosmo di sfumature culturali inaspettate.



mercoledì 12 febbraio 2020

Museo Nautico Galleggiante di Bisceglie


Come un museo diffuso, a differenza di quello tradizionale, il museo galleggiante di Bisceglie crea dei percorsi di visita all'interno di un'area geografica dove avvenimenti, antichi mestieri e personaggi storici vengono uniti attraverso itinerari tematici.
Come un ecomuseo, il museo galleggiante di Bisceglie si dedica al territorio caratterizzato da ambienti di vita tradizionali, patrimonio naturalistico e storico-artistico particolarmente rilevanti e degni di tutela, restauro e valorizzazione.

Non è una realtà chiusa in quattro mura dove le testimonianze del passato sono messe in mostra, ma è realtà territoriale diffusa che custodisce le storiche verità che vogliamo consegnare al futuro in maniera sostenibile, senza necessariamente congelarle, coinvolgendoci in percorsi esperienziali che ci trasformano, metaforicamente, in un disco di ripristino usato per fare il back up. Il copia-incolla dei contenuti che vogliamo sottrarre dall'oblio e consegnare al futuro, cercando di conciliare le ragioni del passato con le esigenze del presente. I contenuti contemplati sono cose, ma anche popolazioni rivierasche, stili di vita ecc.

Siam convinti che conoscendo le verità del passato, possiamo riconoscere le menzogne del presente.
Organizziamo visite e percorsi esperienziali che ci permettono di fare un viaggio nel passato, ci fanno vedere ciò che ci siamo sempre limitati a guardare e ci fanno vivere la Bisceglie dei biscegliesi ( e località limitrofe) da un inconsueto punto di vista, il Mare. Questo lo facciamo carezzando l'acqua coi remi di un gozzo in legno, veleggiando con una storica barca in legno oppure in una escursione costiera a bordo di una ospitale barca turistica, o attraverso attività ludico/didattiche in antica marineria.

domenica 9 febbraio 2020

Unicittà


Attualmente la tutela di un centro storico pare essere limitata ai palazzi e a tutte le “cose” che lo compongono. Un centro storico è popolato anche dal fantasma di coloro che lo hanno popolato, col loro passato e lo stile di vita che lo ha caratterizzato. Quello che il mondo chiama “ mediterranean style “ mentre in Italia è noto come  “ Dieta mediterranea “. Lentezza, attività artigianali, attività artistiche e piccole attività commerciali di prossimità.
Unicittà ha l'ambizione di attivarsi per il recupero e valorizzazione di questo aspetto sociale e umano di un centro storico e vorrebbe realizzare l'idea creando le premesse per favorire l'afflusso ( da ogni parte d'Italia e non solo) e la concentrazione, nel borgo antico, di tutte quelle attività che consentono l'espressione dell' unicità della persona e rappresentano l'unicità e identità di uno o più territori.
Così, passeggiando nelle viuzze più remote e nascoste, saremmo invogliati a continue soste per contemplare la bellezza degli oggetti artigianali/artistici esposti in quelle vertine dalle quali si potrebbe anche essere catturati dal fascino dell'attività, artigianale o artistica, svolta all'interno della bottega/laboratorio. La contemplazione di tanta bellezza potrebbe essere accompagnata dalla voce proveniente da una scuola di canto o dalle note di un pianoforte provenienti da una scuola di musica. L'olfatto potrebbe essere carezzato dall'odore del caffè proveniente da una caffetteria artigianale dove gustare “ il “ caffè scelto tra diverse miscele o monorigini e preparato anche in modi diversi dall'espresso. Oppure gustare un Vino Moscato; un Barolo, un Amarone o altri vini proposti dai vari consorzi che hanno pensato bene di essere presenti per raccontare le unicità dei rispettivi territori. A pranzo o a cena si potrebbero gustare quelle orecchiette con le rape fatte a mano partecipando a un percorso esperienziale organizzato in casa o nella sede di una delle associazioni culturali. Magari dopo un'esperienza in frantoio o in cantina. Acquisendo così quella consapevolezza che fa di ogni alimento, una piacevole emozione associata al territorio.
Una pacifica risposta allo spopolamento dei centri storici alternativa alla logica consumistica  che caratterizza i centri commerciali. Un modo economico, che attraverso la semplice valorizzazione dell'esistente, renderebbe giustizia del valore del territorio e di chi, il territorio, lo popola o lo ha popolato. Agli attuali abitanti potrebbero aggiungersi i nuovi arrivati da lontano, che verrebbero qui per vivere quella dimensione lavorativa umana, quella contemplata dall'art. 1 della Costituzione. Dormendo sonni tranquilli senza rumorose attività che rincorrono il guadagno a qualsiasi costo.
Una ciliegina sulla torta potrebbe essere un servizio taxi “dedicato” con una corsa veloce e privilegiata ( a tariffa economica ) dal parcheggio alle porte del centro storico.
Una operazione di marketing territoriale che arrecherebbe grande lustro, decoro e visibilità a una città che, sotto questo aspetto potrebbe porsi come modello di riferimento.

Le premesse alle quali accennavo potrebbero consistere in incentivi e agevolazioni per restaurare i vari locali commerciali ubicati anche nei luoghi più remoti del centro storico. Gli stessi locali che attualmente non avrebbero validi motivi di utilizzo. 
Un prezzo di locazione reso  appetibile per quelle attività che non prevedono introiti alti.
Indispensabile un investimento in comunicazione per informare  circa le varie opportunità offerte da questa idea.
Esprimi il tuo parere!

venerdì 29 novembre 2019

L'argano recuperato

Il porto di Bisceglie è caratterizzato dalla Spiaggetta, lo storico scalo d’alaggio che, ancora oggi da tempo immemore, ospita i gozzi da  pesca e dove i pescatori – anzi i “PescAttori” – mettono in scena, nello svolgimento della loro normale attività lavorativa, uno spettacolo spontaneo che trasforma il porto in un palcoscenico. Qui è possibile passeggiare tra le testimonianze del passato nautico e della fiorente attività marinara che ha caratterizzato la città fino al secolo scorso. Uno di questi tesori è l’argano , lo strumento usato  tutt’ora per le operazioni di alaggio delle piccole barche da pesca, tirate in secca per i lavori di manutenzione o in caso di avverse condizioni marine.
L'argano dopo il restauro.
Lungo la spiaggetta ce ne sono diversi e ognuno conserva i segni di antiche tecniche di lavorazione eseguite con l’impiego di  strumenti rudimentali ed essenziali. La loro variopinta colorazione racconta un’epoca, l’attuale, caratterizzata da una  ristrettezza economica che induce a “scegliere” il colore, in funzione della pittura avanzata da altre lavorazioni. Recentemente uno di questi argani è stato restaurato coi proventi di una raccolta fondi. Una partecipazione popolare che ha tacitamente promosso a monumento cittadino quell’argano, venuto da un tempo lontano e destinato ad andare ancora più lontano nel tempo, continuando a caratterizzare questa piccola città dalla grande storia.
I Mestri Mauro e Sergio De Cillis.
Non solo l’argano. Tra questi “tesori” che rievocano la tradizione marinara delle nostre città ci sono gli stessi pescatori locali che si riscoprono portatori di un’importante cultura nautica e marinara. Una visita al museo nautico galleggiante include la possibilità di carezzare l’acqua coi remi di una barca da pesca, in compagnia di un pescatore, per vivere la Bisceglie dei biscegliesi.
L'assemblaggio dopo il restauro.











Gaia Marchese da un tocco di pennello.

venerdì 15 novembre 2019

La cozza tarantina

Porta di Mare ci porta a Taranto, patria della cozza tarantina.
Inetrvistiamo Vincenzo De Benedetto, fiduciario slow food e Antonio Salerno, Biologo alimentare.