Proseguiamo questa narrazione, intrecciando le vite di Giuseppe e Mauro sotto il segno di un destino che non conosce la parola "fatica", ma solo quella di "creazione".
Un gioco eterno, oltre il lavoro, la vita
Giuseppe e Mauro, figli della stessa polvere di molo e dello stesso sale, hanno recitato copioni scritti da registi diversi. Mauro ha seguito la bacchetta di Mastro Vito, imparando il ritmo del martello; Giuseppe è stato diretto da un regista invisibile, quel mare che chiama e non ammette ritardi. Eppure, per entrambi, la motivazione profonda è rimasta la stessa: lo spirito ludico.
Ciò che agli occhi di un estraneo appariva come un mestiere usurante, per loro era — e continua a essere — un gioco infinito. Un gioco serio, certo, fatto di responsabilità e perizia, ma privo della ruggine dell'alienazione. In quel teatro allo scalo, la routine non ha mai trovato cittadinanza:
Nella pesca, ogni alba è un’incognita: il mare sposta i suoi tesori seguendo le migrazioni segrete e i capricci del vento, costringendo il pescatore a un eterno inseguimento fatto di intuito e pazienza.
Nel cantiere, ogni legno ha un nodo diverso, ogni riparazione è una sfida che spinge a superare il limite del giorno precedente, in un confronto costante con la materia che educa e migliora l’uomo.
In questo mondo, il guadagno non è mai stato accumulo, ma linfa vitale per nutrire la famiglia e mantenere in salute lo strumento del lavoro: il gozzo o il cantiere. Il valore delle cose non era dettato dalle banconote, ma dal bisogno e dalla fratellanza.
Accadeva così che una pesca miracolosa si trasformasse in un banchetto condiviso: casse di triglie rosse venivano scambiate sulla banchina con i cesti di frutta e verdura del contadino sceso dalla campagna. Uno scambio di fatiche, dove il profumo del mare incontrava l'odore della terra, in un equilibrio perfetto che nessuna banca avrebbe saputo calcolare.
La dignità di questo mondo, la si poteva anche misurare nel rifiuto. Il Maestro d'ascia non era un mercante, ma un custode della sicurezza altrui. Poteva capitare che rinunciasse al guadagno di una vita, rifiutandosi di costruire una barca se il legno in deposito non era "pronto". Se la stagionatura non era perfetta, se l'umidità ancora abitava le fibre della quercia, il Maestro diceva di no: non si costruisce una bara per il mare, ma un guscio per la vita. La marciscenza del legno sarebbe stata la macchia indelebile sul suo onore.
Le barche nascevano dagli "sgarbi", le antiche dime di legno, sagome sacre ereditate di padre in figlio.
Erano le curve della memoria, modelli tramandati da generazioni che custodivano il segreto della stabilità e dell'eleganza. Ogni sgarbo portava in sé la voce del nonno e del bisnonno: erano le proporzioni auree di una stirpe che aveva capito, secoli prima, come fendere l'onda senza farsi spezzare.
"In quegli anni, la mano che teneva il timone e quella che impugnava l'ascia non erano mosse dal profitto, ma dal rispetto per un'opera che doveva durare quanto il tempo stesso."
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