In quegli anni, il cantiere nautico di Mastro Vito non era un semplice luogo di fatica, ma l'ombelico del mondo, il punto esatto dove il bosco incontrava l'abisso. Erano tempi in cui le barche possedevano ancora un'anima di foresta: il respiro della quercia e del pino si fondeva con il battito del mare, e il motore era solo un ronzio lontano, un’ombra moderna che non osava ancora sfidare il prestigio regale delle vele.
Il Cantiere: Uno spazio tra terra e mare
Oggi, l'evocazione di un cantiere nautico richiama alla mente capannoni imponenti, aree recintate e sofisticati macchinari per la movimentazione e il sollevamento delle imbarcazioni. Immaginiamo ambienti asettici, dominati dalla precisione millimetrica dei computer.
In quel tempo, però, il concetto di cantiere era spogliato di ogni sovrastruttura: era semplicemente un lembo di spiaggia, un fazzoletto di sabbia e ciottoli dove la barca "nasceva" all'aperto, esposta al sole e alla salsedine. Non c'erano gru o carroponti, ma solo lo spazio necessario per accogliere lo scafo che prendeva forma.
Gli attrezzi erano essenziali, quasi rudimentali, estensioni dirette del braccio dell'artigiano. In quel vuoto di tecnologia, a farsi imponente era solo la mano dell'homo faber. Era il regno dell'ingegno puro, dove la mancanza di mezzi veniva colmata da una creatività instancabile: quella capacità, tutta italiana, di trasformare la materia grezza in un'opera d'arte capace di sfidare le onde, contando solo sulla forza delle braccia e sulla sapienza degli occhi.
In quel cantiere senza pareti, il suono dominante non era il ronzio dei motori, ma il ritmo cadenzato dei colpi di ascia. Era proprio quello strumento, tanto pericoloso quanto indispensabile, a sbozzare i tronchi di quercia o di gelso, trasformando tronchi informi, nelle linee curve e sinuose delle ordinate. Il maestro d'ascia non seguiva schemi computerizzati: leggeva le venature del legno e, con una precisione chirurgica, toglieva il superfluo finché non appariva l'anima della barca.
Accanto all'ascia, il kit di sopravvivenza dell'artigiano prevedeva pochi altri fedeli compagni:
La pialla: che accarezzava il legno fino a renderlo liscio come seta;
Il succhiello: per scavare i fori che avrebbero ospitato i perni;
Il maglio e lo scalpello: strumenti principi del calafataggio, dove la canapa e la pece bollente venivano spinte con forza tra i comenti per rendere lo scafo un guscio impenetrabile all'acqua.
In quel cantiere "nudo", l’unico vero lusso era la sapienza. Ogni incastro era un esercizio di geometria intuitiva, ogni curvatura a caldo (spesso ottenuta dando fuoco a fasci di paglia sotto la tavola) bagnata era una sfida alle leggi della fisica. Era lì, tra l'odore di resina fresca e il sapore del sale, che l'italianità si faceva sostanza: un misto di ostinazione e poesia che permetteva a un uomo, munito solo di pochi ferri, di varare giganti destinati a solcare l'infinito del mare.
Sui muretti di pietra, i bambini sedevano in fila con le gambe a penzoloni. La povertà era una veste comune, fatta di camicie troppo grandi, ereditate dai fratelli maggiori, che il sudore della controra incollava alle schiene magre. Eppure, da quel muretto, si sentivano dei Re. Da lì, dominavano il rito dell’alaggio: guardavano i gozzi risalire la china, trascinati dal vecchio argano in legno che strideva, nel silenzio della controra, come un animale ferito, un lamento antico che sembrava invocare pietà al mare.
Mastro Vito. Il viso scolpito dalla salsedine come una polena dimenticata al sole, non spreca parole. Il suo silenzio era la partitura su cui si reggeva il giorno: Il colpo secco del martello, assestava il destino delle ordinate; il respiro rauco dell’ascia che sgrossava il fasciame, liberando la forma della barca dal grezzo legno; il sibilo della pialla, che sollevava riccioli biondi profumati di resina, subito rapiti dal vento.
Un giorno Mauro, spinto da una fame che non mordeva solo lo stomaco, ma cercava un destino, si fece più vicino degli altri. Entrò nel perimetro sacro dove il Maestro Vito stava eseguendo il calafataggio.
Era un lavoro di sofferenza e di millimetrica precisione: bisognava forzare la canapa tra le fessure delle tavole, usando mazzuolo e ferro, affinché quel guscio diventasse una fortezza stagna contro l’assedio delle onde. Il caldo era una cappa soffocante; sopra di loro, i gabbiani roteavano come spiriti inquieti, gridando per un rimasuglio di pesce, mentre l'aria si faceva densa, quasi solida.
L’odore era un abbraccio violento: la pece bollente, nera e vischiosa come il fondo degli oceani, si mescolava al sudore dei marinai che, poco distanti, combattevano contro matasse di cime ribelli, sciogliendo nodi e imprecando contro la sorte. In quel fumo acre e in quei rumori di ferro e legno, Mauro e i suoi compagni non stavano solo guardando un mestiere; stavano assistendo alla nascita di un essere vivente, pronti a imparare che, nel mare di Bisceglie, ogni goccia di vita va difesa con la forza della canapa e la fede della pazienza.
In quel contesto, ai giovani "spettAttori" affidavano, occasionalmente, piccoli incarichi, come attingere acqua o cercare chiodi. Erano compiti che non richiedevano spiegazioni: l'osservazione silenziosa aveva già insegnato loro tutto il necessario. Ricevere un ordine significava essere "scritturati", passare dalla platea al centro dell'azione; un privilegio da difendere con rapidità per evitare che altri prendessero il proprio posto.
Esemplare fu l'episodio in cui a Giuseppe, di soli otto anni, venne chiesto di prendere l'ascia. Dopo una corsa fulminea in bottega, il bambino stava già tornando per porgere l’attrezzo, quando fu investito dalle grida terrorizzate degli operai. Solo allora si accorse del sangue che gli rigava la gamba. Il filo della lama era talmente perfetto da aver reciso la carne senza causare dolore. Un soffio, una diversa inclinazione, e quel giorno Giuseppe avrebbe perso molto più di qualche goccia di sangue.
«Vuoi provare, piccolo?». La voce di Mastro Vito gracchiò come il legno secco sotto l'ascia, senza che i suoi occhi abbandonassero la fessura del fasciame. Mauro, non più spettatore, non rispose a parole; il suo "sì" fu il gesto fulmineo con cui varcò il confine del muretto per entrare, finalmente in qualità di attore, nella scena del mondo.
Le sue mani, ancora troppo lisce per la rugosità del legno, afferrarono gli attrezzi. La prima ora fu un calvario: i muscoli acerbi gridavano sotto lo sforzo, il sudore gli rigava il volto, bruciando negli occhi come aceto, e un chiodo piegato male attirò un rimprovero rauco, un grido che sapeva di catrame e disciplina. Ma Mauro non indietreggiò. Quando suonò l'ora del riposo e i suoi compagni, come stormi di passeri, corsero a cercare il refrigerio dei tuffi dal molo, lui rimase lì seduto all'ombra di una prua che ancora non conosceva il mare, rimase a guardia del sogno. Mastro Vito allora, spezzò il suo pane — crosta dura e il cuore sapido di un'acciuga salata — e gliene offrì la metà. Fu in quel momento che il Maestro gli consegnò il segreto dei segreti: «Il legno non è morto, Mauro. Beve l’acqua, respira col sole, si muove come un corpo vivo. Se lo tratti male, se lo offendi col disprezzo, lui ti tradirà quando sarai solo in mezzo al mare».
Seguirono anni densi, trascorsi nel fumo della stufa dove il vapore ammansiva i corsi di fasciame, rendendo il legno docile al desiderio della curva. Mauro imparò a ribattere i grossi chiodi di rame, colpi che dovevano essere canzoni e mai ferite. Imparò a leggere le venature della quercia e del pino come fossero mappe del tesoro, sentieri tracciati dalla natura per indicare la rotta della resistenza. Scoprì che la povertà non era una condanna se vinta dalla precisione di un incastro perfetto, dove nemmeno un capello poteva insinuarsi. Divenne l’ombra di Vito, il suo riflesso più giovane e tenace. E quando il Maestro se ne andò, in un giorno d'inverno dove il cielo e il mare urlavano la stessa tempesta, Mauro non ricevette in dote forzieri d’oro. Ereditò qualcosa di più eterno: l’ascia più affilata, il callo del mestiere e il rispetto silenzioso dei pescatori di Bisceglie.
Oggi, sulla Spiaggetta, il silenzio è solenne. Mauro, ormai uomo con la salsedine incrostata nell’anima, dirige il varo di una barca di nuova costruzione. La folla osserva col fiato sospeso, i marinai tendono le gomene come muscoli pronti all'esplosione.
Con un fragore liberatorio, lo scafo scivola finalmente verso il suo elemento. È un momento di gioia primordiale: il legno bacia l'acqua e l'acqua riconosce il legno. In quel fragore, tra gli schizzi di spuma e le grida di festa, Mauro chiude gli occhi per un istante. Sente ancora l'odore della quercia e del sudore, sente il sapore di quell'acciuga divisa a metà.
Il bambino che penzolava dal muretto non è svanito; vive nelle mani del Maestro d'Ascia, l'uomo che trasforma il bosco in ali, colui che dà vita alla materia che carezza e sfida, in un eterno amplesso, il cuore azzurro del Mediterraneo.
Nessun commento:
Posta un commento