mercoledì 17 giugno 2026

Lutti e tragedie "Quatt e Quatt"

 

Ho già accennato ai frequenti lutti che colpivano le popolazioni rivierasche e il porto di Bisceglie, così come la vicina Molfetta e Margherita di Savoia non sono state risparmiate da questo ingiusto destino. Vi racconto alcune eloquenti tragedie cominciando dalla storia di “Quatt e quatt” . La tragedia della famiglia soprannominata "Quatt e quatt" rimane incisa nella memoria collettiva come un monito brutale della fragilità umana di fronte alla forza degli elementi, e non solo. Una delle ferite che segnarono quegli anni difficili, dove il confine tra il guadagnarsi il pane e il trovare la morte era sottile come un filo di canapa logoro. Siamo nell'immediato dopoguerra, un’epoca sospesa tra il sollievo per la fine del conflitto e la fame nera che ancora stringeva i vicoli dei borghi marinari. Le imbarcazioni erano spesso fatiscenti, rimesse in sesto con mezzi di fortuna. Si usciva con ogni tempo, perché saltare una giornata di pesca significava non mettere il piatto a tavola. I "Quatt e quatt", gente di mare antica, orgogliosa e indurita dalla salsedine, non facevano eccezione.

Ma in quel periodo c'era anche un clima di ricostruzione, il progresso bussava alla porta con la faccia del benessere, portando però con sé i detriti di un passato ancora troppo vicino. Il nome "Quatt e quatt" risuonava tra le banchine del porto di Molfetta come il simbolo di una nuova era, poiché proprio quella famiglia aveva colto l’opportunità dei sussidi governativi per installare il primo motore su un peschereccio che, fino ad allora, era stato spinto solo dal fiato del vento e dalla forza delle braccia. Il giorno del varo fu un tripudio di autorità, bandiere e incitamenti. Una festa che sembrava promettere la fine della fame, ma la tragedia attendeva silenziosa sotto il pelo dell’acqua. Il passaggio dalla vela al motore, che doveva rappresentare l'affrancamento dalla fatica, si trasformò in un crudele appuntamento con i rimasugli di una guerra che non voleva finire. Durante la prima battuta di pesca, quando la rete cominciò a pesare in modo inconsueto, l’equipaggio esultò credendo in un miracoloso colpo di fortuna propiziato dalla nuova tecnologia; in realtà, le maglie avevano avvinghiato una delle tante bombe inesplose, seminate dalla guerra nel basso Adriatico. L'esplosione fu un boato che lacerò il silenzio del mare, distruggendo la barca e portandosi via tutti gli uomini a bordo, lasciando la vedova di "Quatt e quatt" non solo nel dolore più atroce, ma anche nell'incubo economico di un mutuo bancario impossibile da estinguere. Per onorare il debito, la donna fu costretta a vendere la loro palazzina affacciata sulla costa, proprio quel balcone privilegiato da cui le famiglie scrutavano l’orizzonte per veder comparire le vele o per pregare durante le tempeste. L’acquirente, un esperto maestro d’ascia del luogo, mostrò tuttavia una nobiltà d'animo, consueta in quei tempi, concedendo alla vedova e ai figli, di restare a vivere in una porzione del casolare, e si offrì di prendere, sotto la sua ala, il figlio più piccolo, trasmettendogli i segreti del legno e del mestiere. Permettendo così, a quell’orfano del mare, di rinascere artigiano e di continuare a onorare, tra l'odore della segatura e della pece, la memoria di chi, il mare, lo aveva amato fino all'ultimo istante. Entrò in scena anche lui e il ruolo da interpretare fu deciso dal destino.

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