giovedì 18 giugno 2026

Il contrabbandiere

 

Alla guerra è seguita la ricostruzione, ma le macchine portate dal progresso hanno finito per generare disuguaglianze e isolamento. L’evoluzione tecnologica e scientifica ci ha reso più abili, sottraendoci però la bontà, la gentilezza e l’empatia. Ci ha resi cinici, spietati e avidi, allontanandoci dall’essenziale.

In questo scenario in mutamento, spiccano i contrabbandieri. Al plurale, perché è necessario distinguerne due diverse generazioni, mosse da motivazioni profondamente distanti. La prima generazione era quella che potremmo definire “genuina”, formata da uomini che volevano solo essere protagonisti di un'epoca che stava cambiando pelle.

Nel dopoguerra, infatti, il mare si motorizza. Accanto ai tradizionali gozzi da pesca fanno la loro comparsa scafi veloci, plananti, realizzati in vetroresina e dal design avveniristico. È facile immaginare cosa potesse significare, per un uomo di mare di allora, poter navigare ad alta velocità senza la fatica delle braccia e senza dover assecondare il vento. Un sogno che, all'epoca, era realizzabile solo dandosi al contrabbando. Inizialmente, quella nuova "esperienza" regalava un piacere e una soddisfazione mai provati prima: l'ebbrezza della velocità su barche da sogno e guadagni facili senza precedenti. Ben presto, però, il sogno si trasformava in incubo. L’organizzazione non ammetteva ripensamenti, tradimenti o fughe di notizie: al minimo sospetto di una condotta distante dalle regole del clan, seguiva un processo sommario con l'immediata esecuzione della condanna a morte.

Molte di queste storie sono ormai di dominio pubblico, ma un ex contrabbandiere, sopravvissuto a quel destino crudele, mi ha raccontato la sua vicenda personale, che traccia perfettamente il passaggio epocale tra le due generazioni.

Mauro” (nome di fantasia) viveva ogni sbarco in uno stato di estasi. L’inseguimento con la Guardia di Finanza era il momento che gli regalava le emozioni più forti: la sua barca era la più veloce di tutte ed era orgoglioso di quel primato, perché quella velocità era il frutto di studi e tecnologie sviluppate da lui stesso insieme ai costruttori dello scafo e dei motori. Persino quando rimase ferito da un proiettile durante un'imboscata delle forze dell'ordine, riuscì a sopravvivere e a tornare in mare. La sua unica, vera motivazione restava la velocità.

Tutto cambiò durante uno sbarco notturno, quando si accorse che il carico aveva un peso e una consistenza diversi dal solito. Non erano le consuete casse di sigarette: era droga. Quella scoperta lo spinse a prendere una decisione tanto sofferta quanto coraggiosa: uscire dal giro. Consapevole delle conseguenze mortali di una simile scelta, e mosso dalla disperazione, decise di andare di notte direttamente a casa di un noto boss barese. Davanti a una tazzina di caffè, l’uomo raccolse lo sfogo disperato di Mauro, che gli chiedeva protezione. Il boss, colpito dalla sua sincerità, radunò immediatamente i suoi uomini, ordinò loro di prendere “il ferro” (le armi) e scortò Mauro fino alla sua casa di Bisceglie.

Sotto l'abitazione, ad aspettarlo, c'erano già i vecchi complici, pronti a dargli il "benvenuto" definitivo. Quando le due fazioni si trovarono faccia a faccia, l’aria si fece densa di tensione; sarebbe bastato un rumore improvviso o una parola di troppo per scatenare l'inferno. Per fortuna, la voce del boss barese ruppe il silenzio, scagionando Mauro e garantendo per lui con la propria parola d’onore. In seguito, un magistrato prese a cuore la sua situazione, riuscendo a trovargli un impiego statale che garantisse un’esistenza libera, sicura e dignitosa a lui e alla sua famiglia.

A quella di Mauro è succeduta una seconda generazione di contrabbandieri, motivata esclusivamente dal profitto facile, schiava di una felicità artificiale e dal desiderio ossessivo di comprare l'indispensabile superfluo. Privi di valori, di ideali e di qualsiasi forma di umanità, oggi questi uomini trasportano per denaro qualunque cosa: armi, droga e... vite umane. La speranza è che, presto, anche questa pagina buia possa appartenere definitivamente al passato.

«La macchina dell'abbondanza ci ha dato la povertà.»

Charlie Chaplin, Il grande dittatore (1940)


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