A Margherita di Savoia, la storia del cantiere Binetti è una trama tessuta di salsedine, orgoglio e cicatrici profonde. Quando il maestro d'ascia Binetti scomparve prematuramente, lasciò un vuoto che il figlio maggiore Mauro, ad appena quindici anni, fu costretto a colmare rinunciando d'un colpo alla propria giovinezza. Investito del “ruolo” di padre, imprenditore e artigiano, Mauro portava con sé gli insegnamenti preziosi appresi accanto al genitore, ma la sua formazione era ancora incompleta. Fu allora che si manifestò la nobiltà di un’epoca lontana: gli altri maestri d'ascia locali, invece di approfittare della sua vulnerabilità, gli offrirono supporto e segreti del mestiere. Quella che oggi chiameremmo spietata concorrenza era, allora, una fratellanza fondata su solidi valori umani. Ottenuta l'emancipazione legale dal tribunale, Mauro affinò il proprio talento e diede continuità al cantiere, varando nella sua lunga carriera oltre cento imbarcazioni, l'ultima delle quali ha baciato l'acqua nel 2020. La sua parabola professionale ha attraversato un secolo di cambiamenti, testimoniando un’inarrestabile evoluzione tecnica a cui è corrisposta, purtroppo, un’evidente involuzione dei valori: il passaggio dai tempi in cui una stretta di mano valeva più di un atto notarile a un presente dove il profitto sembra rendere l'umanità una debolezza, se non un intralcio.
Ma la storia del cantiere è segnata anche da un’altra ferita indelebile. In quegli anni in cui il lavoro minorile era la norma, tra le maestranze arrivò un nuovo apprendista, “entrò in scena” un ragazzo sveglio e desideroso di riscatto, anch’egli orfano di padre. Durante un’operazione di varo, una manovra da sempre carica di tensione in cui lo scafo scivola sulle palanche di legno ingrassate, che rendevano lo scivolamento una forza quasi impossibile da arrestare una volta avviata, il destino tese la sua trappola. Per un istante fatale, il giovane sedicenne si trovò nel punto sbagliato; il peschereccio prese un'inclinazione imprevista, forse un cedimento del legno o un calcolo millimetrico fallito, trasformò un momento di trionfo in un altare di morte e lo travolse. Morì dissanguato tra le braccia di un operaio durante la corsa disperata verso l'ospedale, lasciando la madre e l'intera comunità in un dolore indicibile. Quell'incidente non fu "archiviato" come una fatalità del mestiere, ma divenne parte delle fondamenta morali del cantiere stesso. Ogni colpo di ascia successivo, portava con sé il peso di quel ragazzo che non avrebbe mai visto il mare su una barca costruita da lui.
Questa storia di Margherita di Savoia, come quelle di Bisceglie e Molfetta, sono necessarie per ricordarci che sotto lo splendore turistico delle nostre coste giacciono le radici di un popolo che ha pagato il prezzo del pane con il sangue e il sudore, tra il profumo del grasso per le palanche e l'odore amaro della salsedine.
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